VAL TOURNENCHE |

Quali parole possono degnamente descrivere ed elegantemente definire il Cervino? Sogno di ogni alpinista, iconografia della montagna stessa... sottile e chiara linea di contatto tra cielo e terra; no, non ho davvero nessuna frase per delineare pienamente questo unico e fantastico monte, famoso e conosciuto in tutto il Mondo anche da chi, dell'alpinismo, ne ha solo lontanamente sentito parlare. Si può chiaramente pensare di non salire il Cervino e vivere lo stesso, magari considerandolo ormai il fantasma del vero protagonista delle antiche salite, delle passate sfide ed epiche scalate, compiute sulle creste dai primi coraggiosi alpinisti senza il fondamentale aiuto che, oggi, le corde fisse ci offrono...

Basta però semplicemente osservarlo dal vivo, una sola volta, per rimanerne immediatamente affascinati ed essere sconvolti dall'ardente desiderio di sfiorare ed afferrare con saldezza le sue rocce per salirlo, timorosi, a posare infiine i propri scarponi sulla vetta, quella vetta vista magari decine di volte da valle, su fotografie, filmati e semplici rappresentazioni pittoriche... vetta che affascina e al tempo stesso impressiona, con la sua sottile ed ondulata linea di rocce e ghiaccio che sembra voler rimanere sospesa a metà, tra il mondo dei comuni mortali che lo osservano solo dal basso e quello degli déi, quegli déi di carne ed ossa, senza nazionalità né lingua, che ogni estate si accalcano innumerevoli sulle sue pendici, per aspirare a respirare l'aria magica della sua vetta, prova per loro assolutamente essenziale per uscire dal gruppo di chi, l'alpinismo lo immagina ed entrare nell'Olimpo di chi invece l'alpinismo l'ha vissuto...

Quegli déi sono tanti però solo pochi di loro scenderanno dalla vetta consapevoli di avere subito, comunque, una svolta alla propria storia di "alpinista"... questa è la forza nascosta ed incontrollabile di questo Monte... il Cervino è diventato per molti di questi déi, infatti, una semplice vetta, come ce ne sono tante altre, un cumulo più o meno ordinato di ghiaccio e pietre, un trofeo da conquistare e poi lasciare ad impolverarsi sulla mensola più evidente del proprio sterile mondo di cartapesta dorata... per altri, invece, rappresenta una fine, un inizio od entrambe le cose al tempo stesso...
E' questo lo spirito che spinge veramente ad affrontare una salita così impegnativa e fisicamente spossante: la possibilità di riempire uno solo di quegli spazi vuoti che ogni alpinista ha nascosti nel proprio cuore e nella propria esistenza, quegli spazi che saprà colmare semplicemente gioiendo ad un tramonto, emozionandosi ad un'alba, ammirando estasiato un paesaggio, cogliendo con lo sguardo i più piccoli ed inesistenti particolari della Natura intorno a sé, lasciando galoppare la propria fantasia, tra le infinite forme di una nuvola e nei giochi di ombre, create su creste e vette dalla splendida luce del Sole...
La Storia del Cervino unisce le esperienze di due famosi nomi del passato: Edward Whymper e Jean Antoine Carrel, alpinisti della metà Ottocento ossessionati entrambi dall'idea di salire in vetta al Cervino.
Nel 1861 l'inglese Edward Whymper vide per la prima volta il Cervino rimanendone innamorato: contattò per proporre la salita J.A. Carrel, agricoltore della valle noto per il suo interesse alla vetta; dopo una serie di trattative non si pervenne ad un accordo e Whymper, dandosi per nulla vinto, tentò e fallì la prima salita con una guida bernese sul versante svizzero.
In risposta J.A. Carrel tentò a sua volta una prima salita dal versante italiano superando la quota dell'inglese e raggiungendo la Crête du Coq ove lasciò a testimonianza un'iscrizione incisa nella roccia.
Si susseguirono quindi numerosi tentativi tutti falliti da parte delle due cordate sulle opposte creste, italiana e svizzera. Vinse infine Whymper aprendo una via sulla cresta dell'Hörnli da Zermatt, il 14 luglio 1865; Carrel riuscì a salire solo tre giorni dopo lungo la ben più difficile cresta del Leone da Breuil.
La salita fu una vera e propria gara tra i due forti alpinisti avvolta purtroppo, infine da un velo tragico in quanto 4 dei 7 membri della cordata di Whymper perirono lungo la via di discesa a causa di un banale scivolone: furono i primi degli oltre 600 morti che oggi questa vetta conta, un chiaro e forte messaggio che dovrebbe fare riflettere chiunque volesse affrontare con troppa leggerezza e faciloneria questa montagna.
Nel 1890 J.A. Carrel salì per la sua 51° volta alla vetta del Cervino con due clienti, L. Sinigaglia e C. Gorret; fu l'ultima volta per il forte e tenace alpinista, infatti portati in salvo i compagni di cordata dopo una difficile discesa a causa del maltempo, Jean Antoine cadde esausto e morì ove ora sorge a sua memoria la "Croce Carrel" sulla via di salita al colle del Leone.
Qualunque via di salita alla vetta del Cervino comporta difficoltà alpinistiche che vanno approssimativamente dal grado AD della via normale svizzera sulla cresta dell'Hörnli al TD della parete N.
Sostanzialmente esistono 3 modi umani per salire il Cervino:
- Cresta del Leone (J.A. Carrel e soci il 17 luglio 1865) - "via normale italiana" [D];
- Cresta Hörnli (Whymper e soci il 14 luglio 1865) - "via normale svizzera" [AD];
- Cresta di Zmutt (Burgener, Petrus, Gentinetta, Mummery nel 1877) [D].
Interessante può essere la scelta di una traversata integrale delle due vie normali, in genere con salita sulla cresta dell'Hörnli e discesa sulla cresta del Leone.
Altri modi poco umani di tentare la salita al Cervino sono:
- Parete N (fratelli Schmid nel 1931 e Bonatti in solitaria nell'inverno del 1965) [TD];
- Cresta Furggen (Piacenza, Gaspard, U. Carrel nel 1911) [TD].
Grazie alla sua posizione assolutamente isolata rispetto a tutte le altre vette che lo circondano, la vista che si gode dalla vetta del Cervino è assolutamente invidiabile a 360°. E' un vero balcone naturale sul vicino massiccio del Rosa, verso SE, di cui si riconoscono facilmente tutte le vette, dal Breithorn alla più distante punta Gnifetti sulla quale si nota benissimo la scura sagoma della Capanna Margherita. Scorrendo verso S ammiriamo sotto i nostri piedi il sinuoso percorso della val Tournenche che da Breuil-Cervinia scende sino alla confluenza con il vallone principale della val d'Aosta, in lontananza verso S si riconosce nelle giornate più limpide la triangolare forma di un altro "Sire di Pietra", il MonViso che domina su una linea intricatissima di vette, irriconoscibili tra di loro, che comprende montagna delle valli di Susa, Lanzo e Locana.
Scorrendo verso O appare ben delineata e candida la sagoma del massiccio del Gran Paradiso e della rocciosa Grivola, un largo spazio di cime irriconoscibili e si giunge ad ammirare la tozza sagoma del monte Bianco che antecede il più vicino Gran Combin. Più in basso sempre nella stessa direzione ammiriamo la rocciosa cresta di vetta della Dent d'Herens che sovrasta il lungo vallone glaciale che scende sino sotto il versante N del Cervino. Sempre bella la perfetta forma della Dent Blanche posta verso N e più bassa di circa 100 metri. Verso E si succedono quindi le diverse vette svizzere a quota 4000, dal Bishorn alla Weisshorn sino al Zinalrothorn e le altre cime del Mischabel che ci permettono di ricongiungerci nuovamente col massiccio del Rosa.
La salita, in condizione ottimale, della Cresta del Leone di cui tratta la relazione può essere affrontata dall periodo tardo estivo sino a quello inizio autunnale, approssimativamente da inizio luglio sino a metà settembre. Si tenga tuttavia conto che, data l'elevata quota e la natura del terreno è sufficiente una notte di neve per rendere immediatamente impraticabile la salita al Cervino. Consiglio di effettuare la salita solo sapendo di avere condizioni meteo stabili, vuoi per ammirare lo stupendo panorama dalla vetta, vuoi per evitare di rimanere bloccati in quota per improvvisi mutamenti meteorologici.
Per conoscere la condizione della Montagna si possono consultare le moltissime webcam puntate su di essa e, in ogni caso, contattare l'Ufficio delle Guide del Cervino (0166.948169).
Attrezzatura necessaria: piccozza, ramponi, caschetto, almeno una decina di rinvii, 4-5 anelli di fettuccia, 2 mezze corde, abbigliamento adeguato alla quota.
Ricordiamoci che stiamo parlando di una montagna di quasi 4.500 metri al centro dell'attenzione di tantissime persone, anche di chi non ha le capacità tecniche o fisiche per poterla adeguatamente affrontare. NON si tratta assolutamente di una "ferrata d'alta quota" come molti sono abituati a pensarla!!! Anzi, i canaponi e le zone attrezzate rappresentano una minima parte dell'itinerario di salita alla vetta dalla Capanna J.A. Carrel. Può sembrare scontato ma l'ambiente in cui si è immersi è tra i più severi d'alta quota, su terreno mai troppo saldo ed esposti ai capricci del meteo assai mutevole e del terreno comunque sconosciuto sul quale dovremo risalire. Affrontare questa montagna in condizioni poco adatte o senza le dovute precauzioni, per esempio slegati o privi di un adeguato equipaggiamento ed abbigliamento, può rivelarsi assolutamente rischioso se non letale per molti salitori.
Il Cervino deve essere salito esclusivamente in condizioni meteo al "bello stabile" e in cordata... che già in questo modo di rischi se ne corrono a sufficienza, dal semplice sasso che può colpirti al più semplice scivolone che quassù può davvero dare risvolti tragici!!!
La via normale italiana, di cui tratta la relazione, si sviluppa grossolanamente lungo il filo di cresta che collega il colle del Leone con il pic Tyndall ed infine la vetta del Cervino, venendo a prendere il nome di "Cresta del Leone".
Pur essendo più breve della via normale svizzera sulla cresta dell'Hörnli, risulta essere più difficile arrivando ad avere numerosi tratti di IV grado a grande altezza, oggi per fortuna facilmente ma faticosamente superabili grazie a delle solide corde fisse ed una scala a pioli posta nel tratto superiore.
Dalla Capanna Carrel, punto di partenza della salita vi sono circa 700 m di dislivello da compiersi in circa 5h; si rammenti tuttavia che l'impegno maggiore, soprattutto mentale, lo si sosterrà nella lunga e, a volte, delicata discesa dalla vetta sino a Cervinia.
Usciti dal bivacco risaliamo le facili roccette che portano alla spianata sulla quale sorgeva una volta la Capanna Luigi Amedeo, andata distrutta pochi anni fa, per superare un sottile tratto di cresta che conduce immediatamente alla prima corda fissa della salita, la celebre "Corda della Sveglia" che ci consente di superare atleticamente una bella placca con tetto finale (III+) per portarci sul versante meridionale della "Gran Tour" evitandone lo spigolo, sulle placconate ed aeree cenge verso destra; risalire un intaglio roccioso e attraversare l'incassato "Vallon des Glaçons" per portarsi, sempre seguendo le corde fisse verso sinistra, sul soprastante terrazzino.
Al termine delle corde fisse spostarsi in orizzontale verso destra, in direzione di uno stretto passaggio orizzontale tra due rocce, che da accesso ad un estetico camino di 25 metri che risaliremo aiutandoci con un solido ma non essenziale canapone, sino alla cengia soprastante (II+); qui termina la prima serie di corde fisse.
Con un altro tratto orizzontale verso destra, su cenge protette da sporadici spit, giungiamo sotto un canalino, oltre alcuni roccioni più grossi che risaliremo in direzione dell'evidente cresta formata da diversi gendarmi rocciosi, la "Cresta du Coq": il primo tratto viene affrontato sulle facili cenge del versante italiano per poi ritornare in cresta superando un ripido salto roccioso piegando a destra lungo una bifida cengia inclinata, sottile ed abbastanza esposta, denominata "Mauvais Pas" (III), giungendo ai piedi di una placca "Rocher des Ecritures" ove dovrebbe trovarsi inciso il nome di J.A. Carrel (?? e chi l'ha visto??).
Giungiamo infine nel punto in cui dobbiamo discendere brevemente, sempre su cenge e facili roccette, verso quel che resta del "ghiacciaio del Linceul"; sul margine superiore del nevaio è fissato un utile cavo metallico sul quale potremo facilmente proteggerci. Giunti al termine del cavo metallico ci si sposta ancora brevemente verso destra seguendo sporadici chiodi, fettucce e bolli rossi, per poi salire decisi verso la cresta in direzione dell'evidente catena che pende in un netto intaglio verticale emergente sul filo di cresta: si tratta della "Grande Corde" o "Corde Tyndall" lunga circa 30 metri che ci aiuterà moltissimo, soprattutto nel suo ripido tratto terminale (III+) (4.080 m; 2h).
Giunti sul filo di cresta l’arrampicata è aerea ed esposta, mai difficile, su roccia pulita e salda: è possibile trovare in questo tratto, a guidarci nei passaggi, pochi bolli rossi sbiaditi, chiodi con fettuccia e spit. Inizialmente il suo sviluppo è su facili lastroni appoggiati per poi portarsi a superare brevi e semplici semplici salti rocciosi tenendosi, comunque, tendenzialmente sempre in cresta o sul versante svizzero.
Dopo un lungo tratto, quasi in vetta al pic Tyndall, il terreno diventa detritico e giungeremo sotto un salto roccioso di circa 15 metri, più rilevante dei precedenti, che dovrà essere affrontato direttamente sul filo di cresta o nell'evidente intaglio, poco a destra della cresta sopra un ripido canalino detritico, con brevi passi di arrampicata (II) sino a giungere sulla "Gravate", cengia esposta sul versante italiano che, si riporta in cresta permettendoci di sbucare in cima al pic Tyndall; in questo tratto non ci sono molti evidenti segni rossi, chiodi o fettucce a guidarci tuttavia potremo fare affidamento sulle evidenti rocce rigate e levigate da innumerevoli punte di ramponi, chiaro segno, se non coperte dalla neve, della via di salita e discesa preferenziali (4.241 m; 3h).
Dalla vetta del pic Tyndall si prosegue verso la "Testa del Cervino" sul filo di cresta che a mano mano diventa sempre più sottile ed esposto sui due ripidissimi versanti settentrionale e meridionale.
Facilmente questo tratto di percorso potrà essere innevato, in tal caso si ponga moltissima attenzione alle eventuali cornici!! In ogni caso tale tratto di cresta è delicato quanto stupendo; ci troveremo a disarrampicare due brevi torrioni, delicati e lievemente strapiombanti, comunque ben protetti da alcuni chiodi con fettuccia e spit.
Ultimo passo che ci separa dalla "Testa del Cervino" è il superamento di uno stretto e ripidissimo intaglio che, se non si ha la fortuna di trovarlo colmato dalla neve, dovrà essere affrontato proprio con una sgambata: non a caso tale passaggio è denominato "Enjambée".
Segue un tratto di salita su facili ma abbastanza bifide rocce, quasi sempre ghiacciate, che tuttavia non risulta essere molto ben evidente;
dal basso è possibile però ben vedere la prima della serie di corde fisse che ci permetterà di vincere questi ultimi cento metri di dislivello, puntiamo ad essa tenendoci tendenzialmente sulle solide rocce di un netto diedro che forma sopra un ampio terrazzino "Col Félicité" ove parte il canapone.
Risalito il ripido muretto di una decina di metri che segue, servito dalla corda fissa, ci dirigiamo contro un'altra ripida parete, poco più alta della precedente, ove comincia un'altra corda fissa che, superate delle difficili placconate e spostandosi infine leggermente in traverso verso destra, permette di arrivare al primo gradino penzolante della "Scala Jordan", scala di corda con 25 robusti pioli in legno che ci permette di superare, faticosamente, una placca strapiombante molto esposta di una decina di metri, altrimenti decisamente difficile (IV+).

Dopo la scala la "Corda Piovano" ci aiuta a salire un ripido e solido diedro verso sinistra sino a sbucare sopra una bella placconata spiovente, sempre servita dal canaponeche verrà superata su una sottile fessura, la "Gite Wentworth", a riguadagnare lo spigolo della cresta formata ora da solidissimi blocchi granitici. Terminata l'ultima corda fissa oltre la placca spiovente si risalgono le facili rocce di cresta, superando un estetico diedrino, per giungere infine sulla cima della vetta italiana del Cervino e in breve alla Croce posta nel colletto tra le due opposte vette (4.476 m; 5h).
Per raggiungere la vetta svizzera, di due metri più elevata rispetto a quella italiana, è sufficiente percorrere sul filo tutta l'aerea cresta sommitale facendo molta attenzione alle eventuali cornici sugli impressionanti versanti N e S (4.478 m; 5h10').
Seguendo esattamente l'itinerario di salita, a meno che non si voglia effettuare la traversata della montagna, scendendo lungo la via normale svizzera che percorre la cresta dell’Hörnli. Nei pezzi più impegnativi della "Cresta del Leone" è possibile sempre effettuare delle calate in corda doppia, risparmiando tempo ed energie preziose per la lunga discesa che ci aspetta. E' doveroso rammentare di porre la massima attenzione nelle calate, controllando bene gli ancoraggi sui quali ci si cala e l'esattezza delle proprie manovre, onde evitare di farsi seriamente male (4h).