VALLE PO |
Il Monviso, con i suoi 3.841 metri di altezza, si staglia nettamente sull’orizzonte delle Alpi Cozie costituendone la sua sommità più elevata e rinomata. Nessuna montagna a parte il Cervino è nota, nel mondo alpinistico e non, come questa enorme piramide rocciosa visibile pressochè da ovunque sin dalle lontane pianure milanesi nelle giornate più terse. Sorge isolato e maestoso e, pur non raggiungendo la fatidica quota 4.000 per soli 150 metri, si dimostra ancor oggi una montagna dall'aspetto alquanto severo ed impegnativo sulla quale si sono misurati nomi che oggi fanno parte indelebile della Storia dell'Alpinismo.
Del Monviso ciò che colpisce non è il fatto che sia stato conquistato molto tardi rispetto alle grandi montagne, il 30 agosto 1861 ad opera dell'inglese William Mathews, ma che il primo tentativo assoluto di scalata di cui si abbia notizia risalga appena al 1834 mentre il Monte Bianco e le altre grandi vette dell’arco alpino erano state salite o tentate fin dal secolo precedente. La spiegazione fondamentale di questo fatto è da ricercarsi nel tremendo rispetto che incuteva nei cuori dei vecchi e delle persone del luogo che lo temevano; nell’immaginario collettivo la vetta del Monviso, alta sulle loro teste, entrava soltanto nei racconti di leggende ed ogni immagine di conquista della vetta era fuori dal loro mondo.
Nei confronti del Monviso si sono espressi nomi notissimi della Storia, della Letteratura e della Scienza sin dai tempi più remoti quando si pensava, onestamente ma erroneamente, che fosse la più alta di tutte le cime conosciute: Virgilio, Plinio, Tolomeo, Boccaccio, Dante Alighieri e Leonardo da Vinci ne parlarono nei loro scritti ed è grazie a loro che oggi sappiamo che circa 2000 anni fa il Re di Pietra era immerso nelle foreste, ambiente alquanto diverso da quello che possiamo vedere oggi.
Questa montagna costituisce un fondamentale punto di svolta nella Storia dell'Alpinismo non solo italiano ma anche inglese ed europeo, è proprio a partire dal ritorno in patria di Mathews dopo la prima ascensione alla vetta che venne costituito il primo Club Alpinistico inglese con l'intento di radunare sotto un'unica veste tutti gli alpinisti e i rocciatori con intenti esplorativi e scientifici ereditati dal periodo illuminista.
Fu due anni dopo, al ritorno dalla famosa prima ascensione italiana del Monviso del 12 agosto 1863 effettuata da Quintino Sella ed alcuni amici, analogamente al modello inglese, che venne composta l'idea di costituire un circolo alpinistico simile a quello fondato da Mathews, il C.A.I., Club Alpinistico Italiano, che venne fondato proprio il 23 ottobre 1863 con atto costitutivo firmato nel Castello del Valentino a Torino da Quintino Sella con altri 36 pionieri.
Le vette che lo circondano, di più di 500 metri più basse sulle varie creste che si dipartono dal MonViso, non fanno che arricchire incredibilmente l'ambiente regalando un tratto sicuramente più suggestivo e severo a questi aspri e rocciosi paesaggi.
A Nord-Ovest si dirama la catena sicuramente più imponente che corre sino al Monte Granero, posto sulla cresta spartiacque con la Val Pellice, percorrendo vette prestigiose come il Visolotto 3.348 m, la Punta Gastaldi 3.214 m, la Punta Roma 3.070 m, la Punta Udine 3.022 m, la Punta Venezia 3.095 m, il Colle delle Traversette e il sottostante Buco di Viso, primo esempio di galleria alpina voluta dal Duca di Saluzzo nel lontano 1400.
Dal versante Sud-Est si abbassa un aspro crinale che tocca le Punte Sella 3.443 m, Barracco 3.237 m, Piemonte 3.109 m, Michelis 3.154 m biforcandosi più in basso verso la Punta Trento 2.970 m e la Punta Dante 3.166 m. Verso Sud-Ovest invece, incontriamo l’imponente Viso di Vallanta 3.781 m, compagno a poca distanza della più alta Punta Trieste 3.841 m, le Punte Corsica 3.443 m e Caprera 3.387m e le Rocce di Viso 3.176 m.
Altri rilievi degni di nota nell’area sono il Viso Mozzo 3.019 m e la Sea Bianca 2.721 m.
Forse è inutile assicurare che il panorama da quassù è illimitato nel vero senso della parola; qui l'unico limite imposto all'orizzonte è quello della propria personale acuità visiva su tutti i 360° che ci circondano. Non vi sono parole per poter esprimere la sensazione di essere davvero al di sopra di tutto ciò che ci circonda, di dominare spazi e confini con il solo volgere del nostro sguardo da sinistra a destra e viceversa. L'augurio e la speranza che assale ogni alpinista che si accinge a calcarne la vetta è di poter avere a disposizione una giornata tersa e limpida come non mai per poter davvero scrutare ogni dettaglio della pianura e delle sottostanti vette che ci circondano e che appaiono da qui piatte e sterili protrusioni delle proprie linee di cresta nonostante possano essere nobili e maestose vette se prese singolarmente e non al cospetto del loro Re di Pietra.
Il Monviso consta di diversi punti di salita che presentano globalmente tutti difficoltà alpinistiche a partire dal grado PD della "via normale" che sale sul versante S del nostro colosso ad arrivare ai gradi D e TD sugli speroni che salgono dall'aspro e difficile versante N, percorsi da numerose vie di arrampicate aperte da alcuni dei nomi più noti dell'Alpinismo italiano ed europeo.

La via di mezzo a tali difficoltà è data dalla bella ed affascinante Cresta Est ove comunque lo sviluppo globale, l'esposizione, la quota e il severo ambiente roccioso caratterizzano un itinerario che diventa molto impegnativo dal punto di vista della resistenza fisica e della concentrazione.
Su questa via i passaggi di arrampicata non superaro il IV grado posto in soli due punti nei pressi del torrione Saint Robert e, globalmente, la via può avere stimato un grado di difficoltà III di arrampicata, considerando la notevole esposizione di alcuni passaggi.
Il grado globale di AD può essere giustificato dalla possibile presenza di tratti ghiacciati nei canali vicini al torrione Saint Robert e per le possibili scariche di pietre, sempre nel primo tratto di cresta, che possono assumere anche dimensioni ragguardevoli.
La salita della Cresta Est deve essere condotta nella maggior parte dell'itinerario procedendo in cordata e in conserva considerando l'eventualità di effettuare anche alcuni tiri di corda nei passaggi obbligati più esposti. Globalmente la salita può essere effettuata in circa 5 ore evitando la salita al torrione Saint Robert, 6-7 ore considerandone invece la sua salita.
La bella ed aerea cresta Est si può scomporre, come già accennato, in due parti principali: la parte superiore che origina dalla vetta principale chiamata Punta Trieste, fino al torrione Saint Robert; la parte inferiore, verso ESE, dal torrione Saint Robert sino al lago Grande di Viso accanto al rifugio Sella, nostro punto di partenza.
Il percorso si rivela abbastanza obbligato sul filo di cresta solo nella parte superiore mentre nella parte inferiore la scelta dei passaggi può essere variata secondo le singole capacità personali seguendo pochi segnavia di vernice nei punti più ostici.
La prima salita integrale di questa via fu condotta il 7 agosto 1902 da parte di Adolfo ed Elena Kind, Ubaldo Valbusa e Alberto Weber.
Solo la parte superiore era già stata percorsa il 15 agosto 1887 da Guido Rey e la guida Antonio Castagneri di Balme (Toni'd'Tuni).
La salita al MonViso attraverso l'itinerario sulla Cresta Est può essere agevolmente affrontato nel periodo tardo estivo, tra la metà di Agosto e la metà di Settembre, quando tutte le tracce di neve sulle rocce sono ormai scomparse e quasi tutto ciò che doveva crollare è crollato. E' possibile affrontare la salita anche in altri periodi considerando tuttavia la sicura possibilità di dover affrontare arrampicata su roccia esposta magari anche su tratti ghiacciati ed attraversare canali abbastanza ripidi colmi di neve. E' sconsigliabile per mio conto comunque percorrere questi posti nel periodo primaverile del disgelo in quanto le frane spontanee dovute alla dilatazione termica delle fessure delle rocce dal ghiaccio raggiungono il loro picco più alto.
Sul posto si possono trovare pochi chiodi posti nei tratti maggiormente esposti o dove le difficoltà di arrampicata sono più rilevanti, tuttavia è buona norma avere con se materiale per attrezzare: nut media e grossa dimensione, alcuni friends di media grandezza e alcuni anelli di fettuccia o cordino. Altra attrezzatura fondamentale è quella personale dell'arrampicata su roccia di cui fondamentale importanza riveste, come sempre d'altra parte, il caschetto (a differenza di ciò che fa Peo qui a fianco!!)
La cresta Est comincia dal basso alla confluenza di due evidenti e ripidi canaloni posti appena oltre il Colle del Viso: quello di destra chiamato "Canale del Lago Grande" fiancheggia la cresta che saliremo; quello di sinistra, più piccolo e ripido, chiamato "Canale Baracco".
La cresta segue un andamento diagonale verso NO e un ben individuabile torrione, il Saint Robert. Da qui la direzione cambia puntando diretto verso O ove una serie di torrioni più piccoli ci portano sino in vetta.
La via è sporadicamente segnalata con dei bolli gialli generalmente dipinti attorno ai pochi chiodi presenti sul posto e, nel tratto inferiore di cresta sino al torrione Saint Robert, con delle rare ma utilissime strisce rosse che tuttavia, nel buio, si confondono moltissimo con i licheni delle rocce.
Lasciato il Rifugio ripercorriamo il tratto di sentiero in piano che si dirige verso il Colle del Viso sino a giungere nei pressi di un sentiero poco evidente segnalato con alcuni ometti che scende nella conca ove c'è il lago Grande di Viso. Inzialmente il percorso è in discesa su sentiero erboso poi, giunto nei pressi del conoide detritico che scende dalla confluenza dei canali si cammina su una ripida pietraia di sfasciumi.
La traccia risale inizialmente un canalino che molto spesso è innevato per poi attraversarlo e raggiungere la più comoda cengia erbosa della sponda opposta. Risaliti di circa un centinaio di metri sul livello del lago siamo praticamente all'interno del conoide detritico principale. Seguendo i poco evidenti ometti di pietre lo risalamo brevemente per portarci subito sulla destra nei pressi di un solido sperone roccioso ove dobbiamo faticosamente individuare il primo chiodo bollato di giallo che segna l'attacco della via; tale chiodo, poco visibile, può essere individuato nel primo tratto di cresta al di sopra di un più ampio cengione (2.700 m; 30').
Il primo tratto è composto da facili gradoni rocciosi posti sul filo di cresta mai difficili da superare; seguendo l'itinerario proposto dai bolli gialli e dai più numerosi segni rossi comunque poco evidenti si sale rapidamente senza un vero e proprio percorso obbligato, seguendo semplicemente il filo di cresta o in parte sul versante meridionale della cresta.
Dopo un primo tratto più stretto la cresta diventa molto più ampia e le difficoltà si abbattono notevolmente sino a poter esser considerate EE risalendo alcuni canalini detritici ed aggirando alcuni piccoli salti rocciosi.
Le difficoltà si presentano nei pressi del torrione Saint Robert ove deve essere superato prima un canalino un po' più verticale e, dopo un piccolo traverso, una paretina sul IV grado che ha un'utile sosta di chiodi alla sommità.
Segue il tratto più impegnativo, segnalato da una targa di marmo, che può essere affrontato con un tiro di corda, caratterizzato da una placconata abbastanza inclinata da superare sul suo margine sinistro ove troviamo un chiodo, per poi uscirne nei pressi di un masso sporgente che ci invita a superare l'ultima difficoltà, un piccolo diedro più verticale ove possiamo trovare un cordino per assicurarci. Superato il diedro siamo giunti ai piedi del torrione Saint Robert che s'innalza maestoso davanti a noi. Risaliamo ancora per un tratto puntando alla sua sinistra ove scende ripido in un canalone di detriti (3.600 m; 3h30').

Le alternative proposte per superare il tratto successivo sono sostanzialmente due:
- la più pericolosa in presenza di poca neve, consigliata solo in caso di nevaio assestato è accessibile seguendo sulla sinistra i chiodi bollati di giallo che ci conducono con una stretta ed esposta cengia nei pressi di un canalino detritico abbastanza ripido che risalito ci porta ad aggirare alla base il torrione (attenzione alle scariche di pietre) per riprendere il filo di cresta poco oltre;
- una più impegnativa che permette di raggiungere la sommità del torrione Saint Robert: salire in direzione di una fascia di rocce bianche che segnano la linea iniziale di salita ove sono presenti alcuni chiodi, giunti nella parte superiore si deve affrontare il tratto più esposto e difficile su delle placche (IV+) che conducono sino sulla cresta molto affilata che porta brevemente in vetta; da qui discendere su alcune lisce placche con corda doppia o in infida disarrampicata sino al colletto che sta subito a monte del torrione previo superamento di un primo stretto intaglio (occhio alle cornici in presenza di neve).
Giunti quindi con una delle due alternative al colletto si comincia finalmente a trovare roccia più salda e buona ove arrampicare con più sicurezza; questo primo tratto della cresta superiore è a mio parere il più bello ed interessante poichè si svolge su un tratto molto panoramico ed esposto ma mai eccessivamente impegnativo tecnicamente, capace quindi di dare forti emozioni portando con sè un buon grado di sicurezza.
Risalendo direttamente le rocce sovrastanti il canalone si riguadagna il filo di cresta sin sotto un altro torrione che viene aggirato abbastanza agevolmente sul versante settentrionale della cresta; riguadagnatola nuovamente si scende sino ad un intaglio più ampio percorrendo il versante meridionale.
Sulla sinistra dell'intaglio è possibile vedere i chiari ed evidenti segni gialli che marchiano la cosiddetta "Via della Lepre", una via di fuga alquanto esposta su una infida cengia orizzontale di terreno detritico ed erboso che collega la Cresta E con la via normale sul versante meridionale della cima; tale via di fuga è ben segnalata da bolli gialli che identificano gli abbondanti chiodi presenti in loco (3.700 m; 4h20').
Evitando di seguire i bolli gialli scendiamo nell'ampio intaglio e prepariamoci ad affrontare un ultimo impegnativo passo di arrampicata:
comincia nei pressi di un chiodo bollato di giallo che ci permette di far sicura su un passaggio esposto e faticoso ma facilmente affrontabile grazie ad un'ampia lama posta sulla destra;
innalzatici di alcuni metri possiamo giungere ove è presente un utile cavo di metallo ove possiamo con sicurezza assicurarci e proseguire nel successivo faticoso tratto che adduce ad una cengia un po' limitata ma che ci permette di fare sosta grazie alla presenza di un chiodo.
Proseguire con arrampicata diretta sullo spigolo sino alla sommità della paretina con arrampicata facile ma abbastanza esposta; io eviterei di aggirarare questo passaggio poichè si dovrebbe andare sul versante settentrionale superando un canalino di terreno instabile, esposto e sporco di neve e ghiaccio. Riguadagnata la cresta si percorre un breve tratto in discesa portandoci sul versante meridionale della cresta sino alla destra di un ultimo torrione di rocce rosse, imboccando un largo intaglio si ricomincia a salire sfruttando il fianco sinistro dell'intaglio stesso che offre parecchi appigli; porre molta attenzione a non smuovere i molti detriti che sono appoggiati su questa placca appoggiata se non volete fare la doccia a chi è dietro di voi.
Seguendo quindi il filo di cresta, senza raggiungere la sommità del torrione ma lasciandola a destra, proseguire su un terreno estremamente più facile ove bisogna porre attenzione unicamente a non scivolare sui detriti ammucchiati sulla roccia sottostante comunque salda; lasciando il filo di cresta che si fa più frastagliato sulla destra percorrere un tratto a mezzacosta in leggera salita per riguadagnare infine il sentiero della via normale su un largo cengione che rimane praticamente perpendicolare al nostro senso di marcia (3.750 m; 4h50').
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Imbocchiamo il sentiero percorrendolo verso destra e, in una decina di minuti superando alcuni facili punti di arrampicata (II grado), si perviene in vista della croce sommitale e da lì in breve in vetta a questo magnifico colosso di pietra (3.841 m; 5h15').
La via di discesa ricalca la ben evidente e marchiata via normale di salita sul versante meridionale della montagna transitando poi al passo delle Sagnette per ritornare in valle Po e al Rifugio Q. Sella (4h15').