VAL ALA - LANZO |
Il Mons Dreonis, oggi denominato Uja di Mondrone, è una affascinante ed attraente piramide rocciosa, posta sulla cresta spartiacque tra la Val d'Ala e il Vallone di Sea, che regala all’alpinista emozioni e una sorta di rispetto riverenziale davvero particolari.
Dall'abitato di Ala di Stura, da Balme e dalla Val di Sea si mostra come intrico di rocce impervie ed assolutamente impenetrabili se non con difficili arrampicate rievocando, nelle idee di alcuni scrittori del passato, le forme del più famoso Monte Cervino con la nomea di "Cervino delle Valli di Lanzo".
In termini topografici è una piramide perfetta, con quattro facce ed altrettante creste che si congiungono solo in vetta dandogli l'aspetto, assolutamente accuminato, da qualunque angolazione la si guardi. E' sul severo versante settentrionale dell’Uja che si sviluppano gli itinerari alpinistici di arrampicata più interessanti, che meritano, avendone le capacità, di essere affrontati. La roccia è formata per la maggior parte da serpentino color ruggine, ottimo da arrampicare seppure molto fragile, oltrechè, nel tratto superiore, da prasiniti e serpentini verdi, più compatti ma anche più scivolosi soprattutto in condizioni climatiche “umide”.



La storia della sua prima salita rievoca il nome di un celebre topografo che fu protagonista di numerose prime ascensioni nelle Valli di Lanzo, l'ingegner Antonio Tonini che ne calcò la vetta nel 1857 con la salita attraverso il versante SO, partendo da Balme. Fu solo parecchi anni dopo, il 24.12.1874, che tale via fu oggetto della prima salita invernale che sancì contestualmente la nascita dell’alpinismo invernale sulle Alpi; anche in questa occasione i protagonisti della salita furono alpinisti legati a filo doppio alla Storia dell’Alpinismo: Martelli, Vaccarone e la celebre guida alpina di Balme Antonio Castagneri (Toni'd'Tuni) protagonista di oltre 40 prime ascensioni e titolare del primo appellativo della storia di “Maestro d’Alpinismo” per opera della penna dell’amico alpinista-scrittore Guido Rey.
Conquistata la via di salita “più facile”, d’estate e d’inverno, l’aspirazione dei successivi alpinisti si volse a percorrere numerosi itinerari di salita su tutti i suoi arditi versanti e creste in una lunga cronologia di cui riporto solo le principali imprese:
28 agosto 1884
Cresta NNO “dell’ometto” sino all’anticima O: Corrà, Ricchiardi
29 giugno 1886
Cresta O: L. e A.Delleani, A.Castagneri
6 dicembre 1908
Parete NE, prima via: L. e M.Borelli, G.Quaglia, A.Verona e C.Virando
11 agosto 1939
Parete NE, seconda via: fratelli Rosenkrantz, Adriana Ribetti
1939
Sperone SO dal lago Mercurin: G.Gervasutti
agosto 1947
Parete NO: G.Rosenkrantz e L.Casalini
10 luglio 1955
Parete NE settore destro: P.Chironna e G.Rossa aprono la via più difficile all’epoca
16 settembre 1956
Parete NE, terza via: G.Dionisi e G.Marchese
inverno 1956
Cresta NNO “dell’ometto” in inverno: G.Dionisi
16 dicembre 1956
Via “Rosenkrantz” invernale: F. e G.Ribetti
22 agosto 1981
Parete NE: G.C.Grassi e M.Ala, la via più difficile della parete





Inutile evidenziare come il panorama regalato da questa vetta sia uno dei migliori delle valli di Lanzo, data la sua posizione isolata e centrale, possiamo ben osservare tutte le principali vette dell'alta val d'Ala, dalla Punta d'Arnas sino all'Albaron di Sea passando dalle ben note Uja di Bessanese e Uja di Ciamarella, per poi spostarsi verso NO ove, bellissima, corre sotto i nostri piedi tutta la lunga val di Sea con le sue vette sul versante settentrionale e, verso N, su tutte le principali vette della val Grande di Lanzo e ancora più lontane le vette del Gran Paradiso e del Monte Rosa. Verso S dominano invece la Rocca Moross, il monte Rosso d'Ala per poi correre con lo sguardo più lontano sino al Monte Lera, alla Torre d'Ovarda, cima Autuor e Croce Rossa sino alla vetta del Monviso.
Siccome tutti i versanti su cui andremo a giocare, anche sulle vie semplici, sono decisamente impervi e selvaggi, dovremo sempre considerare la possibilità di dover fronteggiare situazioni di emergenza che potranno causarsi da un peggioramento del meteo o da una deviazione anomala rispetto all’itinerario di salita, eventualità non così remota, data l’assenza totale di una segnaletica sui versanti alpinistici e la presenza di una segnaletica fuorviante, come vedremo in seguito, su quelli meridionali. Per tali motivazioni consiglio a chiunque si voglia cimentare con i vari itinerari di salita di possedere almeno un grado di capacità di arrampicata: intorno al III grado per le vie normali di salita e legate al IV grado per la cresta NNO dell’ometto. Evito le considerazioni per gli altri itinerari che non ho ancora pecorso.
Esistono due interessanti (seppur faticose ed impegnative) vie “normali” di salita che richiedono comunque doti alpinistiche di base, considerando la natura aspra e complessa del versante da affrontare composto da canaloni e ripide balze rocciose. Questi itinerari, uno con salita sul versante SE e l’altro con salita dal lago Mercurin sul versante SO, non sono a parer mio valutabili secondo la scala escursionistica bensì, entrambe, secondo quella alpinistica con un grado F+.
Questa relazione tratta della salita attraverso la via normale sul versante SE ovvero con partenza da Molette, frazione di Mondrone, itinerario lungo e molto impegnativo sul profilo fisico ma assolutamente affascinante su quello panoramico e paesaggistico da preferirsi, nel periodo di inizio stagione, alla salita da Balme attraverso il lago del Mercurin, perchè si pulisce prima dalla neve, grazie alla sua migliore esposizione ai raggi solari.
Devo segnalare un giudizio personale particolarmente negativo sulla recente scelta di rintracciare la salita sul versante SE con un nuovo itinerario (2008/2009). Questo nuovo tracciato, essendo marcato con il medesimo colore rosso utilizzato per il vecchio itinerario (solo un po’ più brillante… ma è questione di tempo), crea in diversi tratti un pericoloso dedalo di percorsi.
Ad aggravare il mio personale giudizio ritengo che sia stato scelto un itinerario che, comparato con quello precedente, percorre tratti decisamente più faticosi, maggiormente esposti alla caduta pietre e con un maggior numero di passaggi di arrampicata da affrontare, spesso su tratti ancora molto sporchi di detriti; esso infatti, dopo aver affrontato un iniziale canale verticale di roccia, risale il soprastante ripidissimo e detritico canalone per poi compiere un illogico attraversamento verso O di tutti i canaloni del versante sino a portarsi sotto i risalti rocciosi in linea con la vetta. Qui s’incontreranno più itinerari tracciati che comunque comporteranno l'impegno dei passaggi di arrampicata più ostici (II/III), soprattutto in discesa, addomesticati solo in parte con corde fisse.
E’ da porre infine un accento sul fatto che, nella discesa dalla vetta e nel tratto immediatamente successivo all’intersezione con la traccia che discende al lago Mercurin posta sul filo di cresta, le tacche di vernice fin qui frequenti, si disperdono proprio sulla sommità di una terrazza detritica che cade verso S, direttamente con ripidi canaloni, sulle sottostanti balze rocciose che la sorreggono. Questo tratto, soprattutto se percorso in situazioni di scarsa visibilità, potrebbe creare gravissimo pericolo all’escursionista che, non perfettamente pratico della morfologia del versante, si dirigesse incautamente all'imbocco di uno dei canaloni, senza avere l’intuizione, in assenza di marcature evidenti, di dover compiere prima un tratto orizzontale su cenge verso est per riprendere la traccia di salita, più sicura e facente parte del vecchio itinerario che si snodava lontano dalla sommità di queste infide balze rocciose, utilizzando sapientemente una successione di cenge per risalire il versante.
Ricapitolando, per tali motivi, consiglio con decisione di seguire ancora la traccia del vecchio itinerario, descritto in questa relazione, che calca una salita più sicura, più logica in quanto i pochi punti di riferimento utili possono essere identificati anche in caso di maltempo, e più semplice ponendo in soli 2 punti l’attraversamento di passaggi di roccia esposta.
Riformulo, ad ogni modo, l’esplicito avvertimento che, per la salita di questa vetta, è necessario possedere una sufficiente esperienza alpinistica per poterne affrontare in sicurezza le difficoltà e i potenziali pericoli soprattutto sui passaggi su roccia di II+, da interpretare correttamente poichè per la maggior parte molto esposti sui ripidi canaloni sottostanti.
Come abbiamo visto l’Uja di Mondrone è ricca di itinerari più o meno abbordabili di salita. Sicuramente tra quelli più abbordabili troviamo la Cresta NNO “dell’ometto”, via non attrezzata e da proteggere, che richiede buona esperienza alpinistica, soprattutto nell’identificazione dell’itinerario, che si presta ad una aerea arrampicata di versante alternati a tratti di vera cresta (III+).
Le vie Rosenkrantz e Dionisi sulla verticale parete N, affacciante sul versante orientale del Passo dell’ometto, offrono invece arrampicate più difficili ed impegnative, sia sul profilo tecnico che dell'individuazione degli itinerari che si sviluppano in maniera poco lineare ricercando la migliore traiettoria per portarsi sulla cresta di vetta (IV - V+); di tali vie, da proteggere, sono state attrezzate le sole soste, con catene, ogni 50 metri.
Tutti gli itinerari alpinistici danno generalmente la discesa sul versante SE.
Per una salita in condizioni ottimali di tutte le vie di salita consiglio il periodo tardo estivo-autunnale nel quale gli accumuli nevosi sono ridotti al minimo e non complicano la salita. Si consideri inoltre che tale montagna, molto ricca di acqua su tutti i versanti nel periodo del disgelo, diventa ben presto molto arida, soprattutto alle quote medio alte. E’ consigliabile pertanto, soprattutto nelle salite di più giorni, di premunirsi di idonee scorte di liquidi.
Utile avere con se a disposizione imbrago e almeno uno spezzone di corda di una decina di metri con alcune fettucce ed alcuni moschettoni per poter eventualmente assicurarsi in salita ma, soprattutto in discesa, nei tratti più esposti ed impegnativi della parte superiore dell'ascensione.

Dopo Lanzo seguire le indicazioni sulla SP per Ceres e Pian della Mussa. Superato l’abitato di Mondrone, la statale scende ed attraversa il torrente Stura su un ponte arrivando nei pressi del bivio per Chialambertetto e Molera. Svoltando a destra attraversiamo un altro ponte e, ancora a destra imbocchiamo il vecchio tracciato stradale della provinciale oggi dismesso (ignorate gli eventuali divieti messi dalla popolazione locale) sino ad arrivare nei pressi di una strada asfaltata che sale alla nostra sinistra diretta alla frazione Molera. Dopo alcuni tornanti giungeremo nei pressi di una bacheca informativa ove parte il sentiero 233 che dovremo imboccare. Qui troviamo posto di parcheggio fino ad un massimo di 5 autoveicoli a margine carreggiata o nei pressi di uno slargo sul tornante.

Consultando la relazione del Bivacco B. Molino, affrontiamo la prima parte del suo itinerario attraverso Pian Bosch e la lariceta soprastante sino a giungere nei pressi di enormi blocchi di serpentino rosso in corrispondenza dei quali troveremo un evidente bivio ben segnalato: sulla sinistra parte il sentiero che seguiremo diretto alla cima dell’Uja di Mondrone mentre sulla destra prosegue il percorso per il Passo dell'Ometto e Bivacco Molino. (1.900 m; 1h45')
Imboccata la deviazione verso sinistra proseguiamo il nostro itinerario verso la cima dell'Uja di Mondrone. Da qui la traccia del sentiero si fa meno evidente e meno segnalata pur tuttavia mantenendosi abbastanza visibile sino al punto in cui si dovrà mettere mano su roccia.
Superato un breve tratto pianeggiante di pietraia, destreggiandosi in mezzo ad alcuni grossi massi, l'itinerario riprende a salire deciso con un bel mezzacosta in direzione di una spalletta erbosa verso occidente al di sopra di un salto roccioso. Giunti sulla spalla erbosa, con un ultimo tratto un po' più ripido, si apre davanti a noi il versante meridionale dell'Uja di Mondrone. Da qui potremo ben vedere la vetta ancora lontana e, sotto di essa, l'insieme degli aspri canaloni rocciosi che saranno oggetto della parte alta della nostra ascensione.
Volgiamo il nostro cammino a N, in direzione dell'ampio canalone principale, su una faticosa traccia che sale impietosa molto ripida su una dorsale sino a giungere all'imbocco del canalone sotto delle rocce molto levigate ove potremo trovare le parole verniciate “INIZIO / FINE”. Grazie ad un sistema di fessure diagonali poste sulla loro sinistra le rislairemo senza troppi problemi.
Pongo l’attenzione, da questo punto a non seguire le indicazioni più recenti che condurranno verso l’itinerario nuovo ma, nei pressi di una balma naturale posta accanto alla traccia del sentiero, seguire le indicazioni rosse più sbiadite che ci portano verso la sinistra idrografica del canalone; questo itinerario ci conduce nei pressi della cresta rocciosa ove possiamo vedere, ormai sbiadita, un'indicazione dipinta in giallo "Molino -->" (2.380 m; 2h30').

Si punta ora verso un roccione posto sempre sulla sinistra idrografica del canalone al di sopra della nostra testa, facilmente raggiungibile risalendo alcune facili rocce e canalini detritici ed aggirabile sul suo fianco occidentale mediante un ripido canalino detritico, per giungere ad affrontare le ripide rocce soprastanti superabili comunque con banale e breve arrampicata (II). Giunti sul punto più elevato del canalone principale ci portiamo verso sinistra grazie ad una larga cengia obliqua. Passiamo così sotto alcune ripide pareti rocciose fino a giungere nei pressi di un canale/camino posto frontalmente sulla destra dal quale è possibile sia presente un torrentello, ci spostiamo più verso sinistra per superare un breve passaggio di forza in un breve intaglio alto pochi metri segnalato chiaramente con la vernice rossa (II).
Percorriamo una breve cengia ove si dividono 2 itinerari, arancione a sinistra e rosso a destra. Seguendo quest'ultimo affrontiamo un camino ben appigliato di circa 5 metri (II) per poi arrivare nei pressi di un cengione molto esposto sul ripido salto sottostante (II+). Proseguendo lungo l'esposta cengia verso destra si supera un tratto più stretto sino a dover aggirare alcune rocce molto esposte per riguadagnare in breve una cengia più larga. A questo punto risalire verticalmente lievemente verso destra delle rocce verticali ma ben appigliate in un punto molto esposto sino a riguadagnare il più sicuro ed appoggiato pendio soprastante (II+). Consiglio in questo tratto l'utilizzo di una corda per chi non fosse molto abituato ed avvezzo ai tratti aerei ed esposti (2.500 m; 2h45’).
Percorrere un lungo tratto verso O su facile percorso ben segnalato di rosso che passa a filo di un breve salto roccioso che si apre sotto di noi alla nostra sinistra. Sempre seguendo le chiare e ben visibili indicazioni in rosso dirigersi verso alcune rocce molto levigate di colore rossastro sulla destra nel senso di salita ove è possibile trovare un piccolo corso d'acqua che rende più complicato e scivoloso questo breve tratto; risalire le rocce in facile arrampicata (II) alternando brevi placconate a facili camini a tratti detritici sino a giungere sotto alcune rocce nere strapiombanti che si aggirano sulla destra in arrampicata sino a giungere nel punto soprastante su terreno detritico.
Il sentiero ora si snoda ben evidente su terra con larghe cengie erbose e detritiche che aggirano brevi salti rocciosi salendo decise a piccole curve. Si giunge così nell'ultimo traverso, da destra verso sinistra, sempre su terreno erboso/detritico in direzione della cresta SO dell'Uja di Mondrone, dalla quale sale l'itinerario proveniente da Balme; risalito un breve tratto più ripido si giunge su un pianoro detritico ove il terreno diventa di nuovo prevalentemente pietroso (2.700 m; 3h15').
Giunti alla base di un largo ed appoggiato canalone detritico sulla nostra destra (facilmente innevato ad inizio stagione) decidere se percorrerlo al suo centro o ai lati, indifferentemente su evidente traccia di sentiero, puntando decisi verso N e alla vetta ormai poco distante.


Percorrere con la medesima direzione la rimanente pietraia che mano a mano si appoggia sino a diventare un largo spiazzo ove è collocato il monumento bronzeo di vetta, copia di un altro monumento che era di terracotta posto sulla vetta, se non erro, nel 1937 (2.964 m; 3h45’).
La discesa è effettuata seguendo a ritroso la via percorsa in salita (2h50'), evitando di seguire i bolli di vernice rossa del nuovo itinerario che, soprattutto nella parte superiore si perdono in corrispondenza di alcune pericolose balze rocciose che cadono verticali sui pendii meridionali.